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LA LEGGENDA DI SERGIO E LAURA

Curiosità
Combattimenti in armatura medievale - foto archivio Comune di Castell'Arquato
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La leggenda di Sergio e Laura risale al 1620. Castell’Arquato è retta dal Cardinale Francesco Sforza che opprime la popolazione con un governo duro, gravandola di numerose e onerose tasse.

La vicenda di Sergio e Laura

La rivolta è sempre più vicina, gli abitanti del borgo aspettano l’occasione propizia ed il Cardinale non aspetta altro che trovare un capro espiatorio e intervenire per riportare l’ordine. E’ a questo punto che entra in scena Sergio Montale, cavaliere giunto da poco a Castell’Arquato e accompagnato dal suo servitore, tale Antonio Galanti detto Spadone per la sua abilità a maneggiare le armi.

Qualcuno accusa il giovane di cospirazione, la voce giunge al Cardinale e tanto basta per una incriminazione di alto tradimento. Sergio ed Antonio vengono rinchiusi nella prigione della Rocca e invano si cercherà di far loro confessare una colpa inesistente e si decise quindi di farli giustiziare.

Ed ecco apparire Laura, figlia di Gaspare Della Vigna, capo delle guardie, che si innamora del giovane Sergio e la notte del 15 Aprile, vigilia dell’esecuzione di lui, riesce a far fuggire i condannati. Forse l’evasione sarebbe riuscita, ma a questo punto si presenta un altro personaggio, Giacomo Manaro, già aiutante del Della Vigna, il quale si accorge subito del fatto e dà l’allarme.

Il Manaro

Per lui, da sempre innamorato di Laura, è l’occasione buona per vendicarsi dei rifiuti ricevuti. Ne approfitta anche per ammazzare il suo superiore, del quale voleva prendere il posto, scaraventandolo dal ponte levatoio. Laura sente l’urlo del padre e vorrebbe tornare indietro per aiutarlo, ma nel frattempo sopraggiungono le guardie che catturano il fuggiasco Sergio.

Il Manaro avvisa il Cardinale dell’accaduto accusando Sergio di aver ucciso il Della Vigna, e chiede la morte per lui e per Laura. Il 20 Maggio i due sfortunati amanti vengono decapitati. Sembra così che la faccenda si sia risolta con onore del Manaro. In realtà Antonio, il fido scudiero, è ancora vivo, ed alcuni mesi dopo, riesce ad entrare nella Rocca, a raggiungere l’assassino del suo padrone ed a pugnalarlo. Si costituisce quindi immediatamente al Podestà, che ordina un processo.

Il Cardinale vorrebbe la sua morte, ma le spese per l’esecuzione, quelle del boia e del notaio, sono troppo onerose per le casse vuote del borgo. Si decide quindi di condannarlo all’ergastolo. Il poveretto finirà così la sua vita nella prigione della Rocca, che si trova all’interno del possente dongione. Dopo di lui molti altri avranno la stessa sorte.